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DON TONINO BELLO….
EDUCAZIONE
ALLA POVERTà
Non è vero che si nasce
poveri.
Si può nascere poeti, ma non poveri.
Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti.
Dopo una trafila di studi, cioè.
Dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi.
Questa della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta
tra le più complesse. Suppone un noviziato severo. Richiede un
tirocinio difficile. Tanto difficile, che il Signore Gesù si
è voluto riservare direttamente l'insegnamento di questa disciplina.
Nella seconda lettera che San Paolo scrisse ai cittadini di Corinto, al
capitolo ottavo, c è un passaggio fortissimo: "Il Signore
nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per
voi".
E' un testo splendido. Ha la cadenza di un diploma di laurea, conseguito a
pieni voti, incorniciato con cura, e gelosamente custodito dal titolare,
che se l'è portato con sé in tutte le trasferte come il documento
più significativo della sua identità: "Le volpi hanno le
loro tane, gli uccelli il nido; ma il figlio dell'uomo non ha dove posare
il capo".
Se l'è portato perfino nella trasferta suprema della croce, come la
più inequivocabile tessera di riconoscimento della sua persona, se
è vera quella intuizione di Dante che, parlando della povertà
del Maestro, afferma: "Ella con Cristo salse sulla croce".
Non c'è che dire: il Signore Gesù ha fatto una brillante
carriera.
E ce l'ha voluta insegnare.
Perché la povertà si insegna e si apprende. Alla povertà ci
si educa e ci si allena. E, a meno che uno non sia un talento naturale,
l'apprendimento di essa esige regole precise, tempi molto lunghi, e,
comunque, tappe ben delineate.
Proviamo a delinearne sommariamente tre.
Povertà come annuncio
A chi vuole imparare la povertà,
la prima cosa da insegnare è che la ricchezza è cosa buona.
I beni della terra non sono maledetti. Tutt'altro. Neppure i soldi sono
maledetti.
Continuare a chiamarli sterco del diavolo significa perpetuare equivoci
manichei che non giovano molto all'ascetica, visto che anche i santi, di
questo sterco, non hanno disdegnato di insozzarsi le tasche.
I beni della terra non giacciono sotto il segno della condanna. Per
ciascuno di essi, come per tutte le cose splendide che nei giorni della
creazione uscivano dalle mani di Dio, si può mettere l'epigrafe:
"ed ecco, era cosa molto buona".
Se la ricchezza della terra è buona, però, c'è una
cosa ancora più buona: la ricchezza del Regno, di cui la prima
è solo un pallidissimo segno. Ecco il punto. Ci vorrà fatica
a farlo capire agli apprendisti. Ma è il nodo di tutto il problema.
Farsi povero non deve significare disprezzo della ricchezza, ma
dichiarazione solenne, fatta con i gesti del paradosso e perciò con
la rinuncia, che il Signore è la ricchezza suprema.
Un po' come rinunciare a sposarsi in vista del Regno non significa
disprezzare il matrimonio, ma annunciare che c'è un amore più
grande di quello che germoglia tra due creature. Anzi, dichiarare che
questo piccolo amore è stato scelto da Dio come segno di quell'altro
più grande. Sicché, chi non si sposa sembra dire ai coniugi:
"Splendida la vostra esperienza. Ma non è tutto. Essa è
solo un segno. Perché c'è un'esperienza di amore ancora più
forte, di cui voi attualmente state vivendo solo un lontanissimo frammento,
e che un giorno saremo tutti chiamati a vivere in pienezza.
Analogamente, farsi povero significa accendere una freccia stradale per
indicare ai viandanti distratti la dimensione "simbolica" della
ricchezza, e far prendere coscienza a tutti della realtà significata
che sta oltre. Significa, in ultima analisi, divenire parabola vivente
della "ulteriorità".
In questo senso, la povertà, prima che rinuncia, è un
annuncio. E' annuncio del Regno che verrà.
Povertà come rinuncia
E' la dimensione che, a prima vista,
sembra accomunare la povertà cristiana a quella praticata da alcuni
filosofi o da molte correnti religiose. Rinunciare alla ricchezza per
essere più liberi.
in realtà, però, c'è una sostanziale differenza tra la
rinuncia cristiana e quella che, per intenderci, possiamo chiamare rinuncia
filosofica.
Questa interpreta i beni della terra come zavorra. Come palla al piede che
frena la speditezza del passo. Come catena che, obbligandoti agli schemi
della sorveglianza e alle cure ansiose della custodia, ti impedisce di
volare. E' la povertà di Diogene, celebrata in una serie infinita di
aneddoti, intrisa di sarcasmi e di autocompiacimenti, di disprezzo e di
saccenteria, di disgusti raffinati e di arie magisteriali. La botte
è meglio di un palazzo, e il regalo più grande che il re
possa fare è quello che si tolga davanti perché non impedisca la
luce del sole.
La rinuncia cristiana ai beni della terra, invece, pur essendo fatta in
vista della libertà, non solleva la stessa libertà a valore
assoluto e a idolo supremo dinanzi a cui cadere in ginocchio.
Il cristiano rinuncia ai beni per essere più libero di servire. Non
per essere più libero di sghignazzare: che è la forma più
allucinante di potere.
Ecco allora che si introduce nel discorso l'importantissima categoria del
servizio, che deve essere tenuta presente da chi vuole educarsi alla povertà.
Spogliarsi per lavare i piedi, come fece Gesù che, prima di quel
sacramentale pediluvio fatto con le sue mani agli apostoli, "depose le
vesti".
Chi vuol servire deve rinunciare al
guardaroba. Chi desidera stare con gli ultimi, per sollecitarli a camminare
alla sequela di Cristo, deve necessariamente alleggerirsi dei
"tir" delle sue stupide suppellettili.
Chi vuoI fare entrare Cristo nella sua casa, deve abbandonare l'albero,
come Zaccheo, e compiere quelle conversioni "verticali" che si
concludono inesorabilmente con la spoliazione a favore dei poveri.
E' la gioia, quindi, che connota la rinuncia cri-stiana: non il riso.
La testimonianza, non l'ostentazione.
Come avvenne per Francesco, innamorato pazzo di madonna Povertà.
Come avvenne per i suoi seguaci, che sì spogliarono non per
disprezzo, ma per seguire meglio il maestro e la sua sposa: "O ignota
ricchezza, o ben verace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro, dietro allo
sposo; sì la sposa piace!"
Povertà come denuncia
Di fronte alle ingiustizie del mondo alla iniqua distribuzione delle
ricchezze, alla diabolica intronizzazione del profitto sul gradino più
alto della scala dei valori, il cristiano non può tacere.
Come non può tacere dinanzi ai moduli dello spreco, del consumismo,
dell'accaparramento ingordo, della dilapidazione delle risorse ambientali.
Come non può tacere di fronte a certe egemonie economiche che
schiavizzano i popoli, che riducono al lastrico intere nazioni, che
provocano la morte per fame di cinquanta milioni di persone all'anno,
mentre per la corsa alle armi, con incredibile oscenità, si
impiegano capitali da capogiro.
Ebbene, quale voce di protesta il cristiano può levare per
denunciare queste piovre che il Papa, nella "Sollicitudo rei socialis",
ha avuto il coraggio di chiamare strutture di peccato? Quella della povertà!
Anzitutto, la povertà intesa come condivisione della propria
ricchezza.
E' un'educazione che bisogna compiere, tornando anche ai paradossi degli
antichi Padri della Chiesa: "Se hai due tuniche nell'armadio, una
appartiene ai poveri". Non ci si può permettere i paradigmi
dell'opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti
sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte
patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove
tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come
documenti di accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre
ricchezze.
La condivisione dei propri beni assumerà, così, il tono della
solidarietà corta.
Ma c'è anche una solidarietà lunga che bisogna esprimere.
Ed ecco la povertà intesa come condivisione della sofferenza altrui.
E' la vera profezia, che si fa protesta, stimolo, proposta, progetto. Mai
strumento per la crescita del proprio prestigio, o turpe occasione per
scalate rampanti.
Povertà che si fa martirio: tanto più credibile, quanto più
si è disposti a pagare di persona.
Come ha fatto Gesù Cristo, che non ha stipendiato dei salvatori, ma
si è fatto lui stesso salvezza e, per farci ricchi, sì
è fatto povero fino al lastrico dell'annientamento.
L'educazione alla povertà è un mestiere difficile: per chi lo
insegna e per chi lo impara.
Forse è proprio per questo che il Maestro ha vo-luto riservare ai
poveri, ai veri poveri, la prima beatitudine.