Centro d’ascolto Caritas, dove si vede col cuore

Copertina-Brochure-Caritas“Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa celebre frase del «Piccolo Principe» riassume meglio di molte parole il senso del servizio quotidiano svolto dal centro di ascolto della Caritas diocesana. Responsabile ne è una donna minuta e forte, Silvia. Volontaria da molti anni, più di recente ha assunto la responsabilità di coordinare e organizzare il lavoro dei volontari. Quello dell’ascolto anche a Grosseto sta diventando uno dei servizi centrali dell’attività quotidiana della Caritas, ecco perchè «non si vede bene che con il cuore»: di fronte a storie di dolore, alla fatica di vivere di tante persone, occorre lasciare spazio all’interiorità, abbandonando le facili categorie del «giusto» e dello «sbagliato». Difficile, molto difficile mantenere il necessario distacco di fronte alle storie che Silvia e tutti i volontari ascoltano: «L’esperienza – racconta – mi aiuta a non lasciarmi travolgere e questo luogo tante volte diventa il posto dove è giusto osservare più che guardare, ascoltare più che sentire. Il centro di ascolto – prosegue – è un luogo in cui due persone estranee, a lungo andare diventano prossime». La prossimità, criterio evangelico per camminare accanto agli uomini e alle donne feriti dalla vita e dalla prossimità «nasce affetto», confida Silvia, al punto che «quando una persona non la vedo più, perchè per fortuna non ha più bisogno di noi, dentro di me sento sempre questo distacco…». Qualche dato aiuta a rendersi conto meglio del grande lavoro che viene fatto quotidianamente. «Nel 2014 – sottolinea il vice direttore della Caritas, Luca Grandi – per la prima volta abbiamo suoperato le mille persone ascoltate, raggiungendo i livelli di Siena, Livorno e Pisa. Questo perchè nelle province costiere sta aumentando il numero di persone a rischio povertà. Tutto ciò ci interpella su come far fronte alle sofferenze di molti e non solo sul piano materiale». «Il centro di ascolto – spiega a tal proposito Silvia – ha proprio questo compito: incontrare, raccogliere dalle storie delle singole persone le loro difficoltà, mettersi accanto senza giudizio, ma offrendo ad ognuno la possibilità di riprendere in mano la propria vita. Chi viene da noi – continua la responsabile del centro d’ascolto – è in un momento di grossa difficoltà: persone che hanno perso il lavoro, giovani coppie di sposi che non ce la fanno più a far fronte a tutte le spese, adulti che non riescono a ricollocarsi. E noi cerchiamo, prima di tutto, di far sentire le persone a loro agio, perchè possano aprirsi, dal momento che quel che appare è sempre un bisogno materiale, ma nel fondo c’è un malessere che va curato con lo strumento della carità. È per questo – prosegue – che non è sufficiente che i volontari abbiamo competenze tecniche: prima di tutto devono sapersi relazionare, senza pregiudizi, nè fermandosi alle apparenze, ma con tanto rispetto, garbo e tenerezza. Senza dimenticarsi mai che quel che facciamo è un servizio alla speranza e alla condivisione». Se il centro di ascolto di via Alfieri è il perno di questo particolare servizio, altrettanto importante è la rete dei centri parrocchiali: «È la logica dei cerchi concentrici – spiega ancora Silvia – perchè le maglie della rete di solidarietà sul territorio siano sempre di più e sempre più capaci di raccogliere e accogliere». Non è tutto un idillio, naturalmente. Il contatto con le varie forme di sofferenza e disagio mette in contatto anche con le differenti sfumature del genere umano. «Capita a volte che le storie che ci vengono raccontate non siano vere – conferma Silvia – e questo non perchè chi abbiamo difronte è uno che dice bugie, ma perchè a volte manca la piena consapevolezza della propria situazione e delle cause che possono averla generata». Nonostante tutto, però, davanti c’è sempre e comunque una persona da accogliere. «Qualcuno mi ha detto – conclude la responsabile del centro d’ascolto – che i poveri hanno sempre ragione. È per questo che sono loro riconoscente e dico loro: grazie!».

 

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