Come funziona la “Casa di Elia”

Il primo babbo è entrato nella «Casa di Elia», lunedì scorso. É un maremmano, ha un lavoro ed è padre di un figlio. Il secondo babbo entrerà a breve: è un ex piccolo imprenditore con difficoltà economiche. Due uomini come tanti, che hanno vissuto sulla loro pelle gli effetti di veder naufragare il loro matrimonio, che fanno i conti con le enormi difficoltà in cui oggi si trovano a combattere molti padri separati, presi tra il desiderio di essere «padri davvero» e la fatica di un quotidiano carico di incertezze. Certo, non tutte le storie sono uguali, non tutti i casi sono assimilabili, ma quelli trattati dalla Caritas raccontano di quanta solitudine si generi per una storia d’amore che non ha retto l’impatto con il feriale (per colpa dell’uno o dell’altra poco importa), ma che è stata pur sempre la «culla» nella quale è stata generata nuova vita. Mura ridipinte di fresco, tendine bianche, profumo di straccio appena passato, attenzione ai particolari che «tradiscono» la presenza di una mano femminile, la «Casa di Elia» è davvero un luogo accogliente, che «odora» di famiglia. Si trova al primo piano dell’ala destra del centro Frassati ed è dotata di una sala comune con due divani, pareti colorate di rosso, un tavolo, un mobile con la tv e due ampie terrazze. In una è stata collocata la lavatrice. C’è poi un vano cucina con tavolo, stoviglie e tutto quanto occorre per l’uso quotidiano. Infine due camere da letto, ciascuna con bagno interno. Nelle camere è possibile anche far dormire i figli, così da ricreare il più possibile uno spazio di tenerezza e di intimità familiare.

Da dove nasce il nome? «Ad inventarlo – racconta divertito don Enzo Capitani – è stato il vescovo Rodolfo, che ha attinto alla sapienza della Scrittura». In modo particolare dal libro dei Re, che narra la vicenda umana e spirituale del profeta Elia. Quella di Elia, infatti, è la storia di un uomo «messo fuori», ai margini, da parte del potere. Perseguitato per aver profetato, per un po’ riesce a sopravvivere grazie ad un intervento provvidenziale («I corvi – si legge nel I libro dei Re – gli portavano pane al mattino e carne alla sera») e grazie all’acqua di un torrente. Ma ad un certo punto la carestia che colpisce Israele rende secco anche il torrente che lo dissetava. Elia fugge di nuovo e trova accoglienza presso la casa di una vedova povera, allo stremo, che, pur constatando che ormai ha solo la farina e un po’ di olio per sfamarsi insieme a suo figlio e poi morire, ha la generosità di fare prima una piccola focaccia per Elia. Questo fa sì che la farina non finisce nella madia e l’olio non si esaurisce nell’orcio. Al momento in cui in quella casa una malattia mortale colpirà il bambino, Elia pregherà Dio e con un gesto rituale drammatico di sostituzione (si offre 3 volte a Dio perché il bimbo riviva), lo riconsegna alla madre salvo. Una vicenda che narra di povertà e generosità, fallimento e dono: spazi umani dove può passare salvezza, rinascita, speranza. Sono spazi che si possono ricreare anche attraverso la carità vissuta come occasione di relazione, di incontro con la fragilità dell’altro: che sia un barbone o uno dei nuovi poveri che bussano alla porta della nostra società.

All’inaugurazione, insieme al vicario generale della diocesi don Desiderio Gianfelici, al responsabile del Centro «Frassati» don Andrea Dzwonkowski, a volontari ed operatori Caritas, è intervenuta anche Renza Capaccioli, responsabile dei servizi sociali del CoeSo-Società della Salute, con alcuni operatori del consorzio. «Sempre più spesso – ha detto – si rivolgono ai nostri sportelli genitori separati, che oltre a vivere situazioni di disagio e sofferenza conseguente alla separazione, non riescono più a provvedere alle proprie spese e a quelle della famiglia. Ben venga quindi che questa iniziativa, che si inserisce nella serie di attività che il mondo del volontariato e del Terzo settore mette in rete con le istituzioni del territorio».

Facebooktwittergoogle_plus