Dopo Parigi: Noi e l’Islam

«Not in myname», non in mio nome. É lo slogan, quasi un urlo disperato, uscito sulla bocca di tanti in tutto il mondo. Anche delle comunità islamiche, che venerdì si sono riunite in preghiera per dire no al terrorismo e all’Isis. Una reazione collettiva, che a Grosseto ha avuto come momento significativo uno spazio di riflessione promosso, nella sala del consiglio comunale, da Comune, Arci e Caritas. Avrebbe dovuto essere presente Izedin Elzir, imam di Firenze e presidente dell’Ucoii (unione comunità islamiche in italia), ma la preghiera in tutte le moschee per le vittime del terrorismo lo ha trattenuto nel capoluogo toscano. Si sono, però, confrontati il direttore della Caritas, don Enzo Capitani, e Durim Mema, referente locale della «Sezione islamica italiana».

Il sindaco Bonifazi,portanto il suo saluto, ha parlato di «un’occasione importante, perché il grido contro il terrorismo deve essere unanime. L’integrazione non può avvenire se non col dialogo», mentre il presidente di Arci, Christian Sensi ha rilevato l’esigenza di «sollevare un argine contro la stupidità di chi fa la banale equazione terrorismo- immigrazione». Don Enzo Capitani ha colto un parallelismo tra l’escalation di attentati nel mondo da parte dell’Isis e quella che, negli anni ’70 fu in Italia la strategia della tensione, per dire che se allora il nostro Paese riuscì ad arginare il terrorismo interno «grazie alla coesione e riconoscendo i problemi sociali che lo avevano generato», così oggi occorre saper fare leva su valori comuni. «Non accetto – ha detto – che questa sia una guerra di religione. Si uccide per una questione di potere ed il potere uccide soprattutto chi non ce l’ha». Il direttore di Caritas ha anche messo in guardia dal rischio che questa ondata di terrore alla fine provochi chiusura: «Nessuno – ha ammonito – si azzardi a toccare l’accoglienza! Non ci è rimasto altro», invitando infine l’Occidente «ad avere più rispetto per se stesso, per la propria storia, per le proprie radici, altrimenti il confronto sarà difficile».

Durim Mema ha usato parole importanti. Non solo ha condannato il terrorismo e coloro che uccidono in nome di Dio, ma ha detto che «l’Italia è anche il nostro Paese, perché qui viviamo, qui ci sono le nostre famiglie e la difendiamo contro ogni minaccia». Mema ha poi invitato tutte le comunità islamiche (ed è stato questo uno dei passaggi più significativi del suo intervento) ad una maggiore trasparenza: «I sermoni dobbiamo farli in italiano» ed ha ammesso che «i fatti di Parigi ci hanno indotti a tenere gli occhi più aperti anche in Maremma», dove attualmente sono attivi 7 luoghi di preghiera per 5mila musulmani.

Facebooktwittergoogle_plus