Giustizia riparativa, è possibile?

A cosa serve la giustizia? Solo a permettere allo Stato di punire chi si macchia di un reato o anche a ristabilire verità e riconciliazione? Di questo si è parlato sabato 7 maggio, nella sala del consiglio comunale, all’incontro sulla giustizia riparativa, promosso dalla Caritas nell’ambito del percorso «Sentieri di giustizia nell’anno della misericordia». A misurarsi su questo tema complesso il magistrato Giulio Sica, Claudia Francardi e Irene Sisi, fondatrici dell’associazione «AmiCainoAbele». Sica ha offerto un excursus storico per mostrare l’evoluzione che il concetto stesso di giustizia ha conosciuto nei secoli. Da un’idea della pena come privazione della libertà, ed anche della vita, propria di quella che viene definita la giustizia contenitiva, si è arrivati agli anni ’70 del secolo scorso, quando negli Stati Uniti e poi in Europa ha iniziato ad affacciarsi il concetto della giustizia riparativa, fondata sulla valutazione del reato non solo violazione verso lo Stato, ma anche come riparazione del danno provocato e di riconciliazione tra le parti. Chi tutelare in questo caso? Secondo la giustizia riparativa le vittime, ma – alla luce anche dei principi costituzionali – anche il colpevole va guardato con un atteggiamento nuovo, come portatore di dignità e con la possibilità di una sua reintegrazione. In Canada sono sorti dei programmi di riparazione, frutto dell’incontro vittima-colpevole, che il giudice può inserire nella sentenza di condanna; in Sud Africa, è nata la commissione verità e riconciliazione con l’obiettivo di «governare» la fase di ricostruzione del paese dopo la vicenda della segregazione razziale. E in Italia? I campi in cui si è sperimentata la giustizia riparativa sono stati quelli della giustizia minorile e dei procedimenti davanti al giudice di pace. Ma la realtà che cosa racconta? «In Italia la giustizia riparativa non è praticata», ha esordito Irene Sisi, madre di Matteo Gorelli, il giovane che sta scontando 20 anni di carcere per la morte di Antonio Santarelli, il carabiniere morto dopo l’aggressione ad un posto di blocco. Le 2 donne hanno avviato un percorso di personale giustizia riparativa. «Per un detenuto – ha detto Irene – sono fondamentali i percorsi di riconciliazione. Noi ci crediamo e la mediazione ce la siamo fatta da sole, senza l’aiuto delle istituzioni deputate alla giustizia». Claudia ha definito lei ed Irene «2 sopravvissute», che attraverso il percorso che le coinvolge, sono tornare ad essere «serene e fortunate», uno «scandalo» che molti faticano a comprendere, «eppure – ha detto – la giustizia riparativa, fatta sulla base di un dialogo anche scottante e rischioso, ci ha portate a questo». Girano nelle scuole e partecipano a incontri per sensibilizzare il valore di una giustizia diversa, in cui accanto alla punizione vi possa essere anche la riparazione, fatta sulla base di verità e riconciliazione. Una prospettiva.

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