L’anno santo: intervista a don Enzo Capitani, direttore Caritas

L’Anno Santo è un’occasione per recuperare il senso profondo delle opere di misericordia, proponiamo una riflessione generale con un’intervista al direttore della Caritas don Enzo Capitani.

Don Enzo, il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo invita i cirstiani a riscoprire le opere di misericordia. Vuol dire che le abbiamo coperte?

«Più che altro le abbiamo dimenticate. Nella vita condotta fino a qualche anno fa, sembrava che tutto fosse perfetto, ordinato, consumabile e quindi soddisfacente. Bastava avere un minimo desiderio e subito ci veniva offerta la sua soddisfazione. Tutto questo è stato molto deleterio, perché credere di avere tanti bisogni effimeri ci ha portato a dimenticare i valori fondamentali, che danno il senso alla vita della persona, confondendo lo stare bene economicamente, col benessere dell’individuo. Questo ha finito per farci dimenticare che i bisogni fondamentali che danno un senso alla vita solo altri, che non sono effimeri e che hanno bisogno di un impegno lungo tutta l’esistenza per essere soddisfatti».

Un tempo nella Chiesa c’erano modalità più definite e quindi più conosciute attraverso le quali esercitare le opere di misericordia. Oggi la modernità sembra aver voluto superare certe forme di pietà considerate passate?
«In parte è così e si ricollega a quanto ho detto. Il soddisfare i bisogni effimeri ha finito per trasformare anche le cosiddete organizzazioni impegnate sul territorio -penso alle confraternite – e il senso stesso del gesto gratuito in un servizio a pagamento, per certi versi necessario quando vengono impiegate delle professionalità, ma si è perso il senso del dono, della gratuità per cui anche il concetto di volontario e di volontariato è cambiato nella sua accezione. Oggi purtroppo il volontariato “puro” non c’è e dove c’è non è considerato alla pari di un servizio che viene retribuito da una organizzazione che si definisce onlus. È un altro motivo per cui le opere di misericordia sono state sottaciute in questi ultimi anni, viste solamente come possibilità di avviare servizi di assistenza e di socializzazione».

Legato a questo c’è il tema più ampio della giustizia e di un’economia nuovi. Le opere di misericordia rispondono ad un bisogno individuale, poi ci sono le radici malate che generano quel bisogno…

«Sono fermamente convinto che la povertà è opera esclusiva dell’essere umano ed è data soprattutto dall’ingiustizia con cui vengono vissuti i rapporti, prima di tutto interpersonali, quindi sociali e più su nazionali ed internazionali. In fondo, si è sempre detto che il “terzo mondo”, poi divenuto anche “quarto” per sottolineare la maggiore distanza dalla cosiddetta umanità civilizzata, è nato dal fatto che la ricchezza è concentrata in pochi paesi. Già questo vuol dire che se ci fosse una più equa distribuzione delle risorse l’umanità risolverebbe molti dei suoi problemi non solo di sopravvivenza, ma anche di accoglienza di persone costrette, per fame o guerra, a lasciare le proprie terre di origine per andare a cercare un minimo di pace. Noi occidentali, noi cristiani ancora non abbiamo sviluppato appieno il senso della giustizia anche perché giustizia vuol dire perequazione, cioè che quello che ho io di fondamentale lo riconosco anche a te e se, per qualsiasi motivo non ce l’hai, mi metto al tuo fianco perché tu abbia ciò che ho io. Mi piace molto una delle prime frasi di Papa Francesco, quando disse: “Io non ho mai visto dietro il carrofunebre il camion dei traslochi”. Non si è proprietari fino i fondo delle cose, né tanto meno delle persone! Bisognerebbe riscoprire di più il termine usufrutto che proprietà, per rendersi conto che tutto quel che abbiamo aiuta a manifestare la nostra personalità, ma non la definisce! La proprietà è uno strumento e deve restare tale; non può diventare il senso della mia vita. Questo significa che le cose rimangono di qua, non fanno parte del senso della vita. Accettare questa logica ci aiuterebbe a cancellare la parola “mio” e a usare di più “nostro”. Non per niente l’unica preghiera che ci ha insegnato Gesù è al plurale!»

Ci puoi anticipare qualcosa del percorso che Caritas sta elaborando per il Giubileo della misericordia, per offrire un contributo alla riflessione sul senso della giustizia e di una economia «misericordiose»?

«Prima di tutto stiamo elaborando un percorso che inviti a riflettere sul senso della economia di comunione. Accanto ad esso proporremo anche un accompagnamento nella riflessione sulla giustizia. Penso alla realtà del carcere, che nella nostra terra non viene evidenziato abbastanza. Eppure non c’è luogo più importante per capire che l’umanità è uguale dappertutto; ne è prova il fatto che nel nostro carcere, che definiamo piccolo, non ci facciamo mancare niente: ci sono persone accusate di omicidio, di stalking, di femminicidio, di spaccio, di pedofilia… Insomma c’è tutto il ventaglio delle devianze umane. La piccolezza del territorio, che dovrebbe favorire una relazione diversa, che porti a interessarci alla persona che ha bisogno o che sta comunque accanto a me, non sembra salvarci. Capisco la paura che genera il bisogno di ronde ecc…, ma si può ovviare a tutto questo se la nostra attenzione si spostasse dalle cose alle persone con cui ci relazioniamo. La persona non può essere oggetto di possesso. Tra due mondi, il mio e quello di un altro, si possono stabile dei ponti. Questo è il percorso che vorremmo offrire, con umiltà, non solo ai cristiani, ma a tutti».

Intervista Giacomo D’Onofrio

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