Mario e Pino, per un quarto di secolo a servizio dei più poveri

mario e pino caritas grossetoFesteggiare le «nozze d’argento» con una realtà di volontariato non è cosa scontata. Non lo è, tanto più, quanto questa esperienza ti porta quotidianamente a contatto con i 1000 volti (non sempre facili) della povertà. C’è chi questo traguardo l’ha tagliato con grande passione e ora, pur avendo in parte appeso le «scarpette al chiodo», resta comunque ancorato ad un pezzo fondamentale della propria vita. É il caso di Tarquinio Pino Tarquini e Mario Martinucci, 2 volontari Caritas rispettivamente di 79 e 76 anni, che per un quarto di secolo ininterrottamente hanno contribuito a fare della Caritas il volto solidale della Chiesa prona, come Gesù sui piedi dei discepoli, su quelli di tanti poveri cristi del nostro tempo

. Hanno iniziato insieme, Pino e Mario, e insieme hanno concluso. Sono stati, con altri, i pionieri del centro di accoglienza della Caritas diocesana, quando nel 1988 P.Fernando Coletta, fondatore della Caritas stessa a Grosseto, li coinvolse in un percorso che in quel momento era tutto da definire. «Quando aprimmo la mensa – raccontano – avevamo non più di 7-8 persone, ma già nel 1989 avevamo distribuito 1450 pasti, 779 indumenti, 75 pacchi viveri e assistito 268 persone attraverso il centro di ascolto». Tempi pionieristici, appunto, che Mario e Pino ricordano bene conservando ordinatamente in alcune cartelline tracce e testimonianze di quel periodo in cui la Caritas iniziò a strutturarsi in modo più complesso. Ma come iniziarono? «Personalmente – racconta Pino – sentivo il desiderio di dedicare un po’ del mio tempo al volontariato. Avevo da poco cessato il lavoro – ero un commerciante – e stavo per partire per la Calabria dopo aver preso contatto con l’associazione per la difesa del falco pecchiaiolo.

Sarei dovuto stare un mese a fare la guardia a questo esemplare». La Provvidenza, però, aveva disposto diversamente e Pino, che da sempre frequenta il Sacro Cuore dove all’epoca prestava il suo servizio anche P.Coletta, parlando un giorno col sacerdote seppe che si stavano cercando volontari per avviare il centro di accoglienza della Caritas: «Lasciai perdere la Calabria e il falco pecchiaiolo – dice oggi Pino – e mi buttai in questa nuova esperienza». Pino frequentò, con altri volontari tra cui Mario, un corso di 3 mesi per conoscere gli aspetti giuridici, sociali e anche comportamentali rispetto al servizio che l’avrebbe atteso, e poi iniziò il lavoro «sul campo», che si è concluso solo a fine 2013. «All’epoca – dicono i 2 – il centro di accoglienza era frequentato quasi esclusivamente da italiani, ma iniziarono ad affacciarsi anche i primi stranieri.

Anno dopo anno le persone sono aumentate e anche i bisogni, sono cresciuti gli stranieri ed è stato necessario riaggiornarsi continuamente per imparare a far fronte a situazioni nuove». In 25 anni non è stato tutto un “fioretto”, anzi: «Ci sono stati momenti che tornando a casa la sera ci dicevamo: “Basta, smetto”, perché non è sempre facile reggere l’urto del confronto a tu per tu, sopportare talvolta le offese, ma poi la mattina eravamo di nuovo qui», raccontano. Per Mario Martinucci il percorso di avvicinamento alla Caritas è stato diverso. «Nell’88 avevo 49 anni, lavoravo ancora come impiegato in una ditta, e non pensavo al volontariato. Mi capitava, però, di imbattermi in qualche povero che chiedeva l’elemosina: gli davo qualche spicciolo, ma ogni volta che mi allontanavo mi scattava qualcosa dentro, mi sorgevano domande».

Mario frequentava il S.Giuseppe e in quegli anni era parroco don Roberto Nelli. «Un giorno dell’87 – prosegue – don Roberto parlò del centro di accoglienza che la Caritas diocesana intendeva mettere in piedi; tra me e me dissi: “Ci penserò quando andrò in pensione”, invece dopo un po’ di tempo sentii il bisogno di saperne di più, andai da don Roberto e gli chiesi di partecipare. Lui presentò la domanda a mio nome, frequentai il corso e scoprii che tutto questo mi piaceva tanto. Così ho iniziato». Mario è stato per molti anni nel comitato di gestione del centro di accoglienza, poi segretario della Caritas. Ha vissuto l’esperienza della mensa, originariamente aperta dal lunedì al venerdì, poi anche il sabato e successivamente anche la domenica e nelle feste. Ma cosa hanno significato questi 25 anni? «Personalmente – risponde Pino – mi hanno cambiato. Ho conosciuto forme di povertà che non immaginavo, ho trovato le mie difficoltà ma è stato un cammino bello». «I primi tempi – gli fa eco Mario – sono stati durissimi, soprattutto perché ero stato coinvolto anche nel servizio di ascolto e tante volte P.Fernando mi ha ripreso per i capelli. Non era facile la sera andare a letto portandosi dentro storie di sofferenza… entravo in crisi. Poi dall’ascolto sono passato ai servizi e questo mi è servito ad avere un approccio più sereno».

Oggi, come detto, Mario e Pino hanno appeso le “scarpette al chiodo”, «ma – dice il vice direttore Luca Grandi – sono come le grandi riserve delle squadre di calcio: quando c’è bisogno entrano in campo e danno ancora il meglio. Per me Mario e Pino sono un’enciclica di carità vissuta, a loro sono grato anche personalmente, mi hanno insegnato tanto».

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