Storie dalla mensa Caritas di Grosseto

mensa caritas grossetoSono tante le storie che Mario Martinucci e Pino Tarquinio conservano nel loro personale «libro dei ricordi» idealmente scritto nell’arco di venticinque anni intensi. Storie nate dalla relazione con quanti hanno bussato alla porta della Caritas per un bisogno. Ci sono alcuni incontri, però, che restano maggiormente impressi nella memoria, che lasciano una traccia nel profondo. Come quello con Lorella, una signora già un po’ avanti con gli anni. «La incontrammo – raccontano – alla stazione, dove eravamo andati a cercarla su segnalazione della Caritas di Civitavecchia.

Era una donna minuta, con uno sguardo intenso, espressivo, una donna dai tratti eleganti, sembrava una nobile – dicono Mario e Pino – Si fermò a Grosseto per un periodo lungo: dormiva alla stazione e veniva a mangiare alla nostra mensa, sempre pulitissima». La storia di Lorella si incrocia, in qualche modo, con quella di un altro anziano, Sergio (il nome è di fantasia), anche lui assiduo ospite della Caritas. «Non dava la mano a nessuno – ricordano Pino e Mario – perché aveva la mania di prendere malattie, però con Lorella aveva stretto amicizia, venivano insieme dalla stazione alla mensa, lui la guardava con occhi dolci e lei con la tenerezza di una mamma». Lorella un giorno lasciò Grosseto e fu accolta in una casa per anziani a Civitavecchia, mentre Sergio di tanto in tanto fa ancora capo alla mensa Caritas. Un’altro incontro che ha segnato l’esperienza di volontariato di Pino e Mario in Caritas è stato quello con un uomo siciliano originario di Catania, che però arrivò a Grosseto anche lui da Civitavecchia.

Un uomo già molto anziano: «Si presentò alla Caritas – racconta Pino – ci fornì il suo nome, ma non aveva né documenti né altro. Aveva però due occhi espressivi e vispi. Mi raccontò che arrivava da Civitavecchia, per cui mi misi immediatamente in contatto con la Caritas locale per avere qualche informazione, ma mi dissero che il suo vero nome era un altro, non quello che mi aveva fornito. Un giorno, sapendo che si riposava su una delle panchine della stazione, andai a cercarlo – prosegue Pino – Lo trovai sdraiato che dormiva; lo toccai, lo chiamai col suo vero nome e lui mi spalancò gli occhi, mi prese la mano e me la baciò: un gesto che non ho mai dimenticato. Poi, a proposito del suo vero nome, mi disse: “Come hai fatto a scoprirlo?” E gli raccontai della telefonata con la Caritas di Civitavecchia. Da quel giorno tra me e lui nacque un rapporto di fiducia, tanto che mi dette il numero di telefono di un suo nipote, sacerdote. Gli telefonai, gli spiegai la situazione, ma mi fu risposto che non conosceva questo zio… ».

L’uomo fornì a Pino un altro numero, quello di un altro nipote, che ricopriva un ruolo professionale importante. Lo chiamai e mi disse: “Sì è mio zio, cercate di aiutarlo e se vuol tornare a casa le porte sono sempre aperte”. Mi fu spiegato che proveniva da una famiglia benestante e che aveva trascorso una vita da giramondo. È finita che anche lui è ritornato a Civitavecchia, ma un giorno arrivò in Caritas un bonifico del nipote, che ci inviava un’offerta in denaro perché ci eravamo presi cura dell’anziano zio». Storie che sembrano scritte sul «Libro cuore», ma che in realtà sono vita vissuta, relazioni vere, volti, nomi di chi ha trovato in Caritas un pezzo di casa.

 

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