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   CARITAS GROSSETO

…. TRENTENNALE CARITAS GROSSETO….

INTERVENTI ALL’ESTERO

Bosnia

I nostri rapporti con la Bosnia, con la parrocchia di Prozor, una cittadina a circa 80 chilometri da Sarajevo che aveva subito il martirio della guerra, iniziano nel mese di maggio del 1994, insieme alle altre Caritas della Toscana, Livorno, Massa Carrara, Pescia, Pisa, Pitigliano, Siena e Volterra.

Abbiamo voluto testimoniare la nostra voglia di instaurare rapporti più profondi attraverso segni concreti, quali la ristrutturazione dell'ambulatorio ginecologico, la riparazione di una poltrona dentistica, l'acquisto di un apparecchio fax per facilitare le nostre comunicazioni con la comunità di Prozor e di una tastiera elettronica per l'animazione liturgica, l’invio di zainetti, vangeli, materiale didattico.

Dopo la prima fase di emergenza, i rapporti con la Parrocchia di Prozor continuano e si è sentita poi l'esigenza di allargare questa esperienza a più persone delle nostre Diocesi e non solo a quella esigua delegazione che spesso si reca sul luogo. Riflettendo su questi contatti, nel 1997 avvertiamo la necessità di approfondirli attraverso una maggiore condivisione e un più profondo scambio pastorale. Questi nostri desideri si concretizzano nel progetto di un campo di lavoro e di animazione pastorale.

Abbiamo preparato l'esperienza con il parroco, don Marijan e con due giovani del luogo, invitati appositamente in Italia nel mese di maggio, non volendo imporre modelli prestabiliti, ma solo offrire un servizio frutto di un confronto. In questa occasione sono state concordate insieme le modalità e i temi per ogni giornata.

Le finalità del campo sono state quelle di far fare ai nostri giovani esperienza diretta delle conseguenze della guerra; essere accanto a chi soffre per condividere un po' della loro vita; lavorare insieme per l'edificazione della Chiesa in uno scambio reciproco di fede e spiritualità.

 

Tra la fine di luglio e l'inizio di agosto un gruppo di giovani della Diocesi di Grosseto, guidati da don Giovanni Ricciardi, hanno trascorso alcuni giorni a Prozor. Questi giovani (Silvia, Elisabetta, Maria Paola, Alberto e Filippo), tutti provenienti dall'esperienza dell'Azione Cattolica, più precisamente dall'azione Cattolica ragazzi, hanno accolto con entusiasmo la possibilità offerta loro dalla Caritas, e cioè quella di prendere parte ad un progetto educativo finalizzato alla realizzazione di gruppi di bambini e di giovani dove il cammino di fede sia perseguito attraverso l'amicizia, il gioco, il divertimento e lo stare insieme.

Questi nostri giovani, pur con tutti i loro limiti, hanno cercato di trasmettere agli amici croati più grandi tutto quello che hanno appreso in molti anni trascorsi nel servizio educativo dei più piccoli. E l'entusiasmo che ha coinvolto tutti, italiani e croati, grandi e piccoli, ha fatto sì che le iniziali difficoltà della lingua alla fine diventasse poco più che un dettaglio.

Intanto la Caritas Italiana ci chiede di continuare il nostro rapporto con Prozor, ma di indirizzare le nostre disponibilità economiche per la ricostruzione della parrocchia di Stup, quartiere periferico di Sarajevo, totalmente distrutta. Subito rispondiamo a questo invito, anche perché la guerra a Prozor non ha causato molti danni.

Nel giugno del '97 contribuiamo alla ricostruzione di dieci case.

Nel '98 continuiamo nel nostro impegno nella ricostruzione, finanziando la ristrutturazione di altre case. Nella prima metà di agosto facciamo parte di un campo di lavoro organizzato dalla Delegazione Regionale e al quale partecipano 22 persone, adulti e giovani, con capacità professionali. Gli obiettivi del campo sono state quelle di stare vicino alla gente per capire il dramma che si porta dentro; sostenerli con il nostro aiuto materiale ed economico nella fatica della ricostruzione; trasmettere ai più giovani la gioia della speranza; fare di questa esperienza un momento di crescita interiore anche attraverso occasioni di formazione su temi riguardanti la pace, la solidarietà, la gratuità; fare esperienza di condivisione tra le nostre diocesi gemellate.

L'esperienza porta i suoi frutti e l'entusiasmo è tale che torniamo a casa con la voglia di ripeterla nell'anno successivo. La difficoltà della lingua non ha impedito il dialogo con le famiglie di Stup e il sorgere di un sincero rapporto di amicizia. Nell'estate dell’anno successivo l'esperienza si è ripetuta per un periodo più lungo (un mese circa) e un numero di persone maggiore (36 persone, maschi e femmine, dai diciassette ai settantacinque anni).

Avendo saputo da don Luka, parroco di Stup, della donazione da parte della Croazia del materiale necessario per la ricostruzione di altre venti case, contribuiamo per il costo della mano d'opera.

Abbiamo vissuto l'esperienza in un clima di gioiosa e affettuosa amicizia, e questo spirito ci è sembrato di averlo trasmesso anche alle persone che abbiamo incontrato e conosciuto a Sarajevo. I segni della guerra, ancora vivi, hanno inciso nella coscienza del gruppo, e gli incontri fraterni con Mons. Pulic e Mons. Sudar sono stati sicuramente i momenti formativi più significativi ed importanti, in uno stile di sincera amicizia, tali che hanno coronato e dato un forte supporto al prodigarsi di don Luka nel farci sentire fratelli graditi e come a casa nostra.

"Veramente due chiese si sono incontrate e stanno costruendo insieme un cammino di speranza": questo è il valore che il nostro gruppo si è riportato a casa.

Un cammino che continua ancora oggi per non tradire l'amicizia che ci lega e la speranza che abbiamo nel cuore. Infatti un gruppo di giovani dell’Azione Cattolica di Grosseto  partecipano ogni anno a campi estivi organizzati per offrire opportunità di crescita e formazione  e per continuare a far sentire la nostra vicinanza e amicizia verso questo Paese e le persone che ci vivono.

 

Testimonianza delle ragazze al campo di lavoro

in Bosnia Erzegovina

 

I campi in questione sono stati tre tutti organizzati con la Caritas della Bosnia Erzegovina e quella di Sarajevo: il campo di lavoro a Kolibe, una cittadina nel nord della Bosnia Erzegovina dove da tre anni alcuni adulti prestano un valido aiuto alla ricostruzione del posto ancora molto danneggiato dai segni della guerra; un campo di formazione per giovanissimi, la scuola di volontariato ormai attivata da tre anni e la scuola per la pace. Di quest'ultima parleremo più a lungo anche perché ci ha visto partecipi.

Innanzi tutto era una novità e non è stato facile fare e organizzare una scuola di questo tipo in una realtà come quella di Derventa, nella Repubblica Serba al nord della Bosnia, dove ancora molto forte si respira l'aria della divisione e della separazione.

La scuola di pace si è tenuta dal 2 al l0 agosto e due sono stati gli aspetti fondamentali: il lavoro e il dialogo, vi hanno partecipato in tutto una trentina di ragazzi: 15 giovani toscani e 15 bosniaci, alcuni alla prima esperienza di questo tipo, altri "veterani" dei campi in Bosnia.

Durante i giorni di lezione abbiamo cercato di affrontare e sviscerare il problema del Conflitto, da cosa nasce, come si può evitare o risolvere. Abbiamo  così avuto modo di confrontarci con dei nostri coetanei che in prima persona sono stati vittime di una guerra e, meglio di mille articoli letti o telegiornali visti dal sofà di casa nostra, hanno potuto trasmetterci e darci una visione, seppure parziale, del dramma che ha vissuto e vive la Bosnia Erzegovina. Di particolare interesse sono stati due incontri, quello interreligioso con un esponente mussulmano e un rabbino e quello con Monsignor Sudar. All'incontro interreligioso hanno partecipato l'imamo Amel Premtic, della comunità Islamica di Derventa, il rabbino Josef Atjas, della comunità Ebrea di Doboj e il decano Robert Ruzic, della comunità di Derventa; è mancato il parroco Dragan Krajinovic, della Chiesa Ortodossa Serba, segno inequivocabile che l'ecumenismo ancora è una realtà distante, come ci ha fatto notare Monsignor Sudar nel suo intervento.

L'incontro è stato molto interessante e partecipato, e tutti gli esponenti delle diverse religioni si sono dimostrati pronti al dialogo e al confronto e hanno risposto con precisione e nel modo più esauriente possibile alle nostre domande.

Monsignor Sudar nel suo intervento, invece, ci ha descritto una terra ancora molto divisa, dove la pace è più fittizia che vera, una pace con condizioni imposte da altri e tenuta con le forze internazionali.

Entrambi gli incontri ci hanno dato modo di riflettere e ancora una volta ha fatto nascere in noi la voglia di continuare ad impegnarci in questo progetto.

Gli altri giorni sono stati dedicati al lavoro, a Derventa presso case di anziani e a Kulina dove abbiamo svolto i lavori più disparati, da scavare un canale per portare l'acqua potabile nella casa canonica, alla rimozione di macerie, a ripulire un cimitero dalle erbacce e all'impianto di una croce. Tutti abbiamo partecipato con spirito di volontà e collaborato attivamente con i ragazzi bosniaci, senza lamentarci se dormivamo per terra, se c'erano lunghe file per le docce o se in casa mancava l'acqua e la corrente. Come sempre abbiamo trovato una calda accoglienza e i nostri ospiti hanno fatto di tutto per farci sentire come a casa. In questo momento un pensiero corre veloce a Don Miro, parroco di Derventa, che ci  ha accolto in casa sua e che spera di rivederci l'anno prossimo; ai responsabili della Caritas, che ci hanno permesso di vivere quest'esperienza; a don Ivan, parroco di Kulina, un ragazzo di soli 27 anni che vive per i suoi 14 parrocchiani, una persona che ama profondamente la Chiesa e che segue con gioia la sua vocazione, sempre con un sorriso per tutti, senza mai lamentarsi delle difficili condizioni in cui è, ma con la speranza e una fede certa che sa trasmetterti in ogni suo gesto; ai ragazzi bosniaci con cui abbiamo condiviso questi giorni e che ormai sono amici e fratelli.

Ma un pensiero va anche a tutti i ragazzi italiani cha hanno scelto, forse un po' controcorrente e fuori moda, di passare le loro vacanze come volontari in Bosnia, e a don Pietro della parrocchia di san Francesco di Cecina, che ci ha accompagnati e ci ha fatto un po' da babbo e da mamma, mettendosi sempre al servizio dei giovani con spirito di adattamento e con una grande simpatia.

Kosovo

 

La fine della guerra in Kosovo ha lasciato un territorio distrutto. Molte famiglie si sono trovate senza più una casa dove tornare a vivere. In inverno l'urgenza principale è stata quella della riparazione delle case danneggiate e della ricostruzione delle abitazioni distrutte o danneggiate.

Nel 1999, le Delegazioni Caritas della Toscana e dell’Umbria, con la Diocesi di Latina, hanno convenuto di operare in Kosovo, sul territorio indicato dal Vescovo Mons. Mark Sopi. Il campo dei volontari, composto da alcune case di campagna, viene posto a Radulac, nel distretto di Klina.

Le Delegazioni si sono impegnate per la riparazione e ricostruzione di circa 260 case presenti nei cinque villaggi della zona.

È stata offerta la disponibilità per un intervento nel settore sanitario per quei casi urgenti e accertati non altrimenti risolvibili nelle strutture sanitarie in Kosovo. Ciò è stato reso possibile a seguito di un accordo con le Istituzioni delle Regioni Umbria e Toscana, le quali si sono rese disponibili ad accogliere i malati provenienti dal Kosovo, purché accompagnati da una certificazione medica tradotta in lingua italiana. Sono arrivati in Italia una trentina di malati, alcuni accompagnati da un familiare. Il tutto sempre facendo attenzione che i viaggi in Italia non rappresentassero delle illusioni.

La Regione Toscana ha predisposto un progetto per la formazione di due medici Kosovari, i quali hanno operato per un certo periodo presso gli ospedali della Toscana.

Negli anni 1999 - 2000 sono state sostenute e assistite circa 300 famiglie. Il sostegno è stato dato in generi di prima necessità per l'inverno, quali: una stufa, la legna, medicine, ecc.

I villaggi interessati sono stati Resnisk, Sedevo, Balince, Lovrag, Redige. Inoltre, durante le festività di Natale e Bairan (Natale musulmano), sono stati distribuiti generi alimentari, indumenti e materiale scolastico ad oltre 2000 famiglie visitate a domicilio una per una dai volontari.

 

Ogni settimana sono stati riuniti nel piazzale della parrocchia circa 400 bambini in età scolare suddivisi in gruppi ed accompagnati in attività ricreative, sportive e di animazione. L'animazione e l'accompagnamento è stata fatta con il parroco, i volontari italiani e i ragazzi kosovari della parrocchia di Zllokucane. È stato organizzato, sempre in parrocchia, il loro Giubileo, attraverso la scenificazione delle parabole evangeliche.

L'attività di animazione sono state svolte anche negli altri villaggi.

Per i giovani, per i quali si sono fatti degli incontri formativi, sempre in parrocchia, una tappa importante del loro cammino è stata la venuta in Italia per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù, che ha visto una partecipazione di 100 giovani della parrocchia di Zllokucane.

È stata inoltre ristrutturata la scuola elementare nel villaggio di Georgevik Voghel che era praticamente distrutta e non avrebbe permesso certamente l'avvio dell'anno scolastico per i bambini. Sono state ricostruite 4 aule per 30 posti cadauna, più un'aula insegnanti e i servizi igienici.

Alcuni giovani kosovari impegnati nelle attività parrocchiali sono presenti il sabato pomeriggio al campo per aiutare i volontari italiani nel servizio alle persone in stato di bisogno.

A Radulac sono passati circa 400 volontari, in prevalenza giovani, provenienti da Caritas Diocesane, Agesci, e dal Campo di Nocera Umbra.

La loro presenza si è caratterizzata attraverso uno stile di vita semplice e gratuito, capace di vivere il quotidiano con amore e condivisione, capace di rispettare le persone e le cose, uno stile di vita pronto ad accogliere ed ascoltare le persone che bussano alla porta, magari offrendo loro solo un sorriso.

L'attività del campo prevedeva momenti di preghiera, di lavoro manuale, di visita alle famiglie, di visita ai malati, di animazione in Parrocchia e di ascolto dei kosovari in difficoltà che si rivolgevano al campo.

Abbiamo riscontrato che l'esperienza di alcuni giovani fatta al Campo di Radulac è stata importante per la riscoperta della propria fede, per una maggiore presa di coscienza della situazione sociale, politica ed economica del Kosovo, rapportata con quella italiana, e di conseguenza la ricerca di un impegno nel quotidiano perché nel mondo le distanze siano ravvicinate dentro un cammino di riconciliazione e di pace.

 

L'esperienza del campo dei volontari di Radulac ha rappresentato anche un dono per rafforzare il legame tra le Chiese sorelle della Toscana e dell'Umbria, per crescere insieme sul sentiero della carità e insieme prendere tutti più coscienza delle responsabilità che abbiamo come comunità di cristiani. Abbiamo cercato di vivere questo momento di comunione e condivisione della pastorale della carità, stando a fianco della gente, accompagnandola in un cammino di pace e fraternità, anche attraverso progetti che possono aiutare la ripresa di una vita normale dopo le sofferenze causate dalla guerra, certi di aver ricevuto più bene di quanto siamo riusciti a fare.

 

Repubblica Democratica del Congo

(ex Zaire)

 

A Mont Ngafula Kimbondo, a circa 30 chilometri da Kinshasa, esiste un piccolo ospedale pediatrico, dotato di 60 letti per una media mensile di 90 bambini ospedalizzati, bambini sofferenti di TBC, malaria, diarrea, broncopolmonite, insufficienza renale ecc.

Questo ospedale è stato fondato dalla dottoressa Laura Perna, già Direttrice dell'Istituto di Tossicologia e malattie respiratorie presso 1'Università di Siena, molto conosciuta anche a Grosseto, in quanto vi ha svolto la sua attività per molti anni. Nel 1987 la dottoressa si trasferì in Zaire e, solo con le sue risorse, ha fondato questo piccolo ospedale pediatrico, che mantiene con la sua pensione. Ben presto però l'aumento dei bambini ricoverati e la gravità delle patologie trattate l'hanno costretta ad aumentare il numero del personale, tanto che la sua pensione non bastava più a garantire loro lo stipendio; non solo, ma proprio per le patologie da cui erano affetti i bambini, diventava indispensabile realizzare una sala per bambini contagiosi, un laboratorio di analisi, una sala di radiologia ed una sala di rianimazione.

La sua avanzata età ed il suo stato di salute rendevano più pressante la necessità di costruire anche un alloggio per ospitare volontari.

Così, insieme alla Caritas di Siena, che ha dato un notevole contributo, anche la Caritas di Grosseto, dal 1996, attraverso l'opera di un gruppo di volontari, ha creato una rete di solidarietà per cui diverse persone con un contributo mensile aiutano la dottoressa Perna a portare a termine questo progetto.

È stato costruito un nuovo padiglione; in maniera continuativa vengono spediti medicinali e attrezzatura medica; periodicamente medici di Grosseto partono per il Congo per prestare la loro opera per un certo periodo di tempo presso l'ospedale.

Albania

 

Nella periferia di Tirana, a circa 8 Km dal centro, vi è una zona chiamata Bathore. Fino al 1995 1'area era campagna scarsamente coltivata. Vi erano pochi abitanti sparsi in un vasto territorio. Dal 1995 ad oggi sono scese dalle montagne del Nord-Est dell’Albania circa 30.000 persone e vi hanno preso dimora abusivamente, costruendo piccole abitazioni senza un piano regolatore, senza servizio idrico, senza rete fognaria, senza rete elettrica. Mancano tutte le infrastrutture e la gente vive ammassata in modo disumano.

La maggioranza delle famiglie sono di origine cattolica.

In questo quartiere la Chiesa cattolica ha recintato un terreno di circa 3.645 mq, vi ha costruito una cappella che serve anche da sala di attività. Circa 200 ragazzi e bambini, giovani e adulti, partecipano ai  corsi di catechesi e frequentano il centro.

Durante l'anno si fanno attività sportive, formative e ricreative. Il numero dei partecipanti a queste attività è sempre in aumento.

Le Suore Domenicane della Beata Imelda sono presenti accanto alla Chiesa, dal 29 settembre 2002. In questo periodo hanno condiviso pienamente la vita di questo agglomerato umano e hanno potuto prendere atto dei disagi che devono sopportare soprattutto i bambini e i ragazzi. Primo fra tutti la assoluta mancanza di acqua potabile. Malattie e infezioni intestinali sono sempre in agguato perché la povertà non consente loro di acquistare acqua minerale. Non si sa quando verrà costruito un acquedotto per questa zona,

Da questa situazione è maturato il progetto della costruzione di un pozzo artesiano d'acqua potabile accanto alla Chiesa per rendere possibili le attività di formazione per la crescita della Comunità Cristiana.

II terreno in cui è costruita la Chiesa è molto ricco di acqua. 

La Caritas Diocesana ha contribuito alla costruzione del pozzo.

 


 
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2004 Crediti: autore Grandi Luca