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   CARITAS GROSSETO

…. TRENTENNALE CARITAS GROSSETO….

Centro di Accoglienza

 

Se leggiamo i primi verbali del Consiglio della Caritas Diocesana, ci accorgiamo che subito si è sentita la necessità di organizzare un servizio per i poveri.

Questa necessità derivava dalla quotidiana richiesta di un pasto caldo da parte di persone di passaggio e dalla esistenza di persone della nostra città che, per particolari condizioni familiari, personali o psichiche si trovavano in grave stato di bisogno e di solitudine.

Questo progetto è maturato nel tempo riflettendo anche su come una comunità cristiana possa interpretare la carità e l’accoglienza.

Monsignor Castellano, presidente della Caritas Italiana nel 1986, all'apertura dei lavori del Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane diceva: “Dobbiamo sensibilizzare le comunità ecclesiali all'attenzione privilegiata per i poveri. Gesù un giorno ce li ha consegnati, dicendoci: - I poveri li avrete sempre con voi - e da sempre la Chiesa li ha considerati come propri tesori”.

Dietro a questa spinta e seguendo il Piano Pastorale del Vescovo che contemplava la carità globale ai poveri di città e a quelli di passaggio, l'allora direttore della Caritas Diocesana,  padre Fernando Coletta, presenta alla comunità diocesana alcune proposte per l'anno 1986-87. tra le quali c'è quella dell'apertura in città di un “Centro di Accoglienza” per gente di passaggio, per barboni ecc., per un soccorso immediato, perché attraverso questo gesto concreto “penetri sempre di più nella comunità cristiana una nuova interpretazione della carità: quella dell'accoglienza. Non basta,  infatti vedere chi soffre e con animo misericordioso tentare di aiutarlo: dobbiamo introdurre in noi le sofferenze degli altri”. (cardinale Poletto durante il Convegno delle Caritas del 1986)

II primo passo del cammino per la realizzazione del progetto che coinvolge tutta la comunità, è quello di una veglia di preghiera nella Settimana Santa.

In un primo tempo ci si rivolge alle Istituzioni, si offre alla USL e al Comune, per l’attuazione di tale iniziativa, la disponibilità di volontariato per l’organizzazione del servizio e anche il contributo economico.

Poiché da parte delle Istituzioni non ci sono risposte, un gruppo di persone delle varie Parrocchie, con alcuni Parroci, coordinate e dirette da Padre Fernando, si mette al lavoro, dopo aver visitato alcuni centri nelle varie città. Si comincia a cercare un locale. Per questo si prendono in considerazione varie ipotesi fino a che il Vescovo, Mons. Adelmo Tacconi, decide di mettere a disposizione un'ala del Seminario.

 

Per la ristrutturazione e per l’avvio del servizio viene richiesta la collaborazione di tutte le Parrocchie della città, che rispondono con disponibilità e generosità. Ci fu una grande adesione all’iniziativa: furono organizzati incontri di preghiera; durante i tempi di Avvento e di Quaresima,  nelle Parrocchie vengono effettuate collette, vengono fatti appelli per sensibilizzare al volontariato.

Si pensa all'organizzazione del Centro, alla sua gestione e questo richiede molto impegno: si studiano leggi, normative, regolamenti. Si cerca una ragione giuridica per la gestione. Le difficoltà talvolta sembrano insormontabili: si fa un preventivo di spesa che scoraggia. Ma padre Fernando è sempre lì che dà coraggio e invita a confidare nella Provvidenza. Quanto aveva ragione! Ce ne rendiamo conto ancora oggi. Dopo tutti questi anni non è mai mancato nulla, a cominciare dal pane che tutti i giorni, da allora, viene donato da un benefattore.

Nel gennaio del 1988 un pubblico attento e numeroso partecipa ad una riunione della Caritas Diocesana nella quale padre Fernando presenta il progetto definitivo del Centro, dicendo che “il Centro non deve limitare l'assistenza all’ospite soddisfacendo le sue prime e più urgenti necessità, quali docce vestiario e pasto, ma proseguire nell'opera alla ricerca delle cause che l'hanno portato alle precarie condizioni attuali. I volontari devono presentarsi a loro per ascoltarli, evitando di assumere un atteggiamento di superiorità, che, pur senza cattiveria, può offendere la persona che chiede aiuto. Riportarli a una propria identità, ascoltandoli con pazienza, dar loro coraggio con un atteggiamento di veri cristiani. Non solo risolvere un'assistenza immediata. Ma sollevarli dal disagio in cui si trovano”.

Si chiede la disponibilità dei volontari: la risposta è generosa. "La gente è buona" dice in quell'occasione padre Fernando "basta tirar via la polvere che copre il suo cuore.”

Nel febbraio viene organizzato un corso di formazione per i volontari, inaugurato da don Armando Corsi, fondatore degli “Equipaggi della Speranza” di Firenze.

Il corso, che si articola in sette incontri, è tenuto, oltre a don Armando, da uno psicologo, da don Fernando Coletta e da funzionari dell’USL e della Questura.

Quindi il gruppo di lavoro organizza i vari servizi: la mensa, la segreteria, la distribuzione del vestiario e delle docce: si nominano i responsabili dei servizi e un direttore; si stabilisce un orario, si compila un regolamento interno.

Nel settembre del 1989 finalmente il Centro di Accoglienza viene

aperto. L'inaugurazione viene fissata per il 9 di ottobre, a conclusione dell'anno Mariano, festeggiato anche con il pellegrinaggio a Montenero 1'8 di ottobre.

Il 10 ottobre è il primo giorno di apertura.

All'inizio si presentano al Centro 7-10 persone, poi 16, alla fine del primo mese sono distribuiti 131 pasti. Nei successivi quindici giorni questi sono arrivati a 335, con un totale di 117 persone assistite.

Dopo qualche anno il Centro viene trasferito, sempre nel Seminario, in locali più ampi che vengono adeguatamente ristrutturati anche con i contributi della Curia attraverso i fondi dell’otto per mille, del Comune di Grosseto, dell’Amministrazione Provinciale, della Fondazione della Cassa di Risparmio di Firenze, dell’Associazione Albergatori e l’Ente Grosseto Sviluppo.

Le consistenti opere di ristrutturazione richiedono alcuni mesi. In questo tempo la distribuzione del pranzo viene effettuata presso la Parrocchia dell'Addolorata, quella del vestiario presso la Parrocchia del Cottolengo, grazie ai rispettivi Parroci che hanno dato la disponibilità di idonei locali.

Per la riapertura del centro viene organizzata una semplice cerimonia, che si è aperta con la Santa Messa presieduta dal Vescovo, Mons. Giacomo Babini. Erano presenti molti sacerdoti della nostra Diocesi, che hanno concelebrato con lui. La loro presenza, come ha detto il Vescovo nell'omelia, è stata un segno di attenzione nei confronti della Caritas e di quello che essa rappresenta nella Chiesa locale. Tra gli altri, padre Femando Coletta, il quale non è più a Grosseto, ma che non ha voluto far mancare la sua presenza, e alcune autorità

 

I servizi del Centro

 

I servizi che vengono offerti sono quelli di una prima accoglienza, di pasti caldi, della distribuzione di indumenti e dell’igiene personale, che  forniamo in un clima che cerchiamo di rendere il più possibile accogliente. Chi viene al Centro non ha solo la necessità di soddisfare un bisogno materiale di cibo o di vestiario, ma anche quello di trovare rispetto e calore umano.

Un altro aspetto importante è l’assistenza sanitaria. Ci sono due medici che offrono gratuitamente le loro prestazioni. Questo servizio è aperto due volte la settimana e permette di dare risposte medico-sanitarie a quelle persone che non sanno o non possono rivolgersi ad altri sportelli. Tante persone in difficoltà possono accedere a visite specialistiche, avere gratuitamente medicinali, grazie all’interessamento dei nostri medici.

 

Per il funzionamento della struttura ci si avvale esclusivamente di volontari ai quali va grandissimo merito. Ne possiamo contare circa settanta che si alternano in vari turni.

 

Chi sono le persone che vengono al Centro di accoglienza

 

I più evidente sono i così detti “barboni”, persone di età diverse, che raccontano storie diverse. Vivere per strada, contrariamente a quanto spesso si crede, non è quasi mai una scelta.

I motivi che hanno portato alla condizione di “senza fissa dimora” non sono quasi mai riconducibili ad eventi eccezionali, ma spesso è una separazione, la perdita di lavoro, uno sfratto che hanno trasformato queste persone che vivevano una normale condizione di vita in persone sprovviste di tutto, che spesso riempiono la loro solitudine con l’alcol.

Ci sono poi quelli che si trovano in particolari situazioni di povertà, che non si notano, ma che chiedono aiuto perché non riescono ad arrivare alla fine del mese.

Gli immigrati alla ricerca di una migliore condizione di vita.

Tante facce con tanti problemi differenti, con tante storie una diversa dall’altra. Si tratta di persone che chiedono solidarietà, amicizia, accoglienza, partecipazione ai loro problemi, persone anche di difficile approccio.

Nato per dare un pasto caldo alle persone di passaggio, il nostro centro ha visto aumentare la presenza degli utenti, soprattutto dei grossetani, che sempre di più si presentano per chiedere un pasto caldo, indumenti o un pacco viveri o per chiedere un aiuto nella ricerca di lavoro.

Ogni giorno di più si constata che anche nel nostro territorio ci sono tante povertà vecchie e nuove e che aumentano sempre più i poveri,  persone che conducono una vita al limite della sofferenza.

Siamo consapevoli che il nostro impegno nel Centro non è assolutamente sufficiente per risolvere i problemi fondamentali delle persone, come l’occupazione, la casa, la dignità della vita.

È appena una goccia nell’oceano, ma, come diceva Madre Teresa, se non lo facessimo, quella goccia mancherebbe per sempre.

Il nostro Centro di Accoglienza dovrebbe rappresentare un momento di passaggio, una soluzione di emergenza per persone che hanno alle spalle fallimenti personali o sociali e ne portano ancora il peso: dimessi dal carcere che non riescono ad inserirsi, dimessi dagli ospedali psichiatrici; giovani rifiutati dalle famiglie, anziani soli e scomodi; alcoolisti e tossicodipendenti; barboni; persone senza permesso di soggiorno. Non si può pensare al Centro come ad luogo in cui si possono dimenticare tutte le persone difficili. Qui le persone dovrebbero passare in attesa di tornare alla comunità di origine (famiglia, comune...). Solo se le comunità accolgono queste persone, possiamo tentarne il recupero, anche se proprio da loro, spesso, vengono le resistenze più forti. I nostri ospiti infatti corrono il rischio di identificarsi con la struttura e questo li porta spesso ad un atteggiamento passivo di chi chiede e pretende assistenza e non servizi per raggiungere la propria autonomia.

Proprio per questo non è sufficiente la buona volontà di pochi volontari, ma la collaborazione di tutti coloro che sentono l'impellente necessità di una più equa convivenza sociale, improntata alla giustizia e alla generosità, generosità che non significa l'elemosina usata come “sedativo per la coscienza” di chi la fa (singolo, gruppo o comunità) e che è quindi diseducante ed umiliante per chi la riceve.

Cerchiamo di offrire a chi passa o si ferma la possibilità di vivere da uomini. Come cristiani portati al valore profondo della condivisione e alla capacità di farsi fratelli e di alleggerire il carico di dolore e di sofferenza che pesa sulle spalle dei poveri, degli emarginati, delle persone sole, siamo consapevoli che non basta il pane, non bastano i medici, servono vicinanza, presenza, calore e un luogo dove essere accolti con amore.

Sappiamo che molto spesso tutto questo non riusciamo a soddisfarlo e questo è causa di scoraggiamento e di stanchezza. Per questo proponiamo e partecipiamo a incontri di formazione e di preghiera, perché, come dice il teologo, solo la preghiera può trasformare la compassione in carità e perché sappiamo che senza l'aiuto del Signore rischiamo di farci travolgere dalle difficoltà e dalle delusioni: è Lui che ci sostiene, che ci dà il coraggio e la forza per andare avanti e per accettare anche i nostri errori.

 

Una cosa però è certa: questa esperienza ha arricchito spiritualmente noi volontari, ci ha resi più sensibili ai problemi altrui, ci ha fatto progredire nel cammino di fede, ci ha resi più umili nel riconoscere i nostri limiti e più disponibili a sopportare quelli degli altri. Questa è una grande opportunità che ci è stata data per riscoprire il senso del servizio e della giustizia verso coloro che contano di meno. Soprattutto ha confermato la nostra fiducia nella generosità della gente. È davvero bello verificare giorno dopo  giorno come molti nostri concittadini sentano la necessità di apportare il loro contributo affinchè dei fratelli meno fortunati abbiano quanto necessita e si sentano meno soli. Del resto il solo impegno dei volontari e i viveri offerti dall’AIMA non sarebbero sufficienti a soddisfare le esigenze alle quali siamo chiamati.

Nella Carta pastorale della Caritas Italiana (“Lo riconobbero dallo spezzare il pane”) i poveri sono indicati come “il luogo teologico in cui scorgere i tratti del volto di Dio”: questo è quello che ci siamo proposti nel portare avanti il Centro di Accoglienza, anche se l’impegno è difficilissimo. Vogliamo essere segno della comunità cristiana che è in Grosseto, vogliamo ricordare alle Istituzione e alla comunità stessa che nella nostra città ci sono i poveri. Il Centro vuole essere un segno concreto di solidarietà della Chiesa di Grosseto verso i bisogni delle persone: le famiglie che si trovano in difficoltà, i senza fissa dimora, gli stranieri che cercano un futuro migliore nella nostra Italia, le persone che vivono in solitudine e cercano insieme al piatto di minestra anche una parola di conforto.


 
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2004 Crediti: autore Grandi Luca