Viaggio nei centri di ascolto Caritas parrocchiali: Santa Lucia

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L’arcipelago dei Centri di Ascolto Caritas consiste quasi di un’altra città, le cui strade sono tutti gli sguardi tra i volontari e gli utenti. Questa altra città diviene visibile negli edifici parrocchiali che ne sono le porte di ingresso. Nel caso della Parrocchia dedicata a Santa Lucia si tratta di un edificio tutto di mattoni, come un granaio o come un polmone, che respira la città, che pare l’attraversi per come i ragazzi ronzano attorno, per accorciare la strada.

I volontari spiegano che aprire il Centro di Ascolto non è stato facile: «Gli spazi sono pochi e due stanze sono condivise dalle più varie realtà parrocchiali. 15 anni fa si decise di partire, senza sapere bene come». D’altronde, continuano, «basta aprire un vangelo per capire che la qualità fondamentale del cristiano è la carità». La missione è quella di essere un’espressione della comunità nel quartiere, un porto sicuro per chi attraversa il mare della città, per proseguire nella metafora dell’arcipelago.

Ogni martedì e venerdì in una grande stanza si esercita l’ascolto, che è la parte fondante di tutta l’attività: «È ascoltare che trasforma la prassi in servizio». L’ascolto, come una bussola, porta molto lontano: non tanto nel risultato misurabile, che è «come una goccia nell’oceano», ma in un risultato molto più prezioso: «Vedere una persona riacquisire la propria dignità, a partire da piccoli gesti».

Ogni città è fatta da occupazioni, funzioni. In questa città persone diverse convergono in un unico fare. C’è chi si occupa delle carte, stipate proprio in un armadione della stanza dove si tiene l’incontro, chi delle relazioni con gli utenti, chi coordina l’approvvigionamento di generi alimentari e tiene in considerazione cosa acquistare per integrare le disponibilità del Banco Alimentare.

Non sono solo la decina di persone che si occupano direttamente della vita del Centro di Ascolto, ma anche tutte le componenti della comunità parrocchiale: i bambini del catechismo, i frati francescani e tutta la comunità. Il respiro è lo stesso, quello di San Francesco «il più povero dei poveri». Tra i volontari ci sono dei terziari francescani: «Questo servizio è un modo per fare testimonianza e per alleviare un po’ le sofferenze dei fratelli», dicono.

C’è chi si impegna in questo quartiere dopo tanti viaggi di volontariato in Africa e dice: «È incredibile trovare qui una stessa povertà e una stessa dignità. Quando torno a casa sono triste, mi rendo conto che spesso mi lamento per tali futilità». Il momento è difficile: ci sono tante persone in difficoltà, la situazione di molti è peggiorata. «Non si manda indietro nessuno e ciò è possibile grazie alla comunità, alla Diocesi, ai fondi dell’8xMille distribuiti dalla CEI e all’autotassazione. È doloroso vedere aumentare le famiglie giovani e rendersi conto che ci sono problemi strutturali che vanno risolti con misure più ampie, istituzionali».

Pensando al domani? «La gente non è abituata a chiedere aiuto, si vergogna, vorremmo arrivare a tutta quella povertà sommersa». Quest’altra città è una città dove tutti trovano cittadinanza, forse è quella dove dovremmo trasferirci tutti.

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